QUARTUCCIU. Polli taroccati, un indagato

Per la Procura la Corisar non ha rispettato il contratto d’appalto.

Carni polacche e non sarde come diceva il bando.

Le carni destinate alla mensa scolastica di Quartucciu non erano sarde, come previsto dall’appalto, ma tedesche e polacche: il titolare della Corisar è finito sotto accusa.

Aveva garantito che la provenienza dei suini e dei polli era rigorosamente sarda. E sulla base di questa dichiarazione aveva vinto la gara d’appalto per la fornitura della mensa scolastica del comune di Quartucciu.

Ma non era vero. Sulla tavola degli scolari erano finite carni provenienti dalla Polonia e dalla Germania, da Castelnovo Rangone (in provincia di Modena) e dall’Olanda. Ecco perché il legale rappresentante della società Co. ri. sar., Claudio Cabiddu, 72 anni di Nurallao, residente a Cagliari, è stato iscritto sul registro degli indagati: il sostituto procuratore di Cagliari Giangiacomo Pilia gli contesta l’accusa di frode in pubbliche forniture. Dopo avergli notificato l’avviso di conclusione delle indagini (l’atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio) nei giorni scorsi il magistrato ha provveduto alla citazione diretta dell’imputato. Il reato consente di saltare l’udienza preliminare e di arrivare direttamente davanti al giudice, così il Tribunale monocratico ha fissato il processo per il 24 aprile del prossimo anno.

GIUSTIZIA LENTA Tempi lunghissimi, dunque, dovuti al fatto che la giustizia, anche in Sardegna, è al collasso per via delle moltissime cause penali alle quali le cancellerie, sempre più depauperate, non riescono a far fronte tempestivamente. Il rischio, si sa, è che i reati si prescrivano prima ancora che i processi comincino.

LA FRODE La vicenda che coinvolge Claudio Cabiddu si riferisce all’anno 2010. Secondo l’accusa, in veste di legale rappresentante della Corisar avrebbe commesso una frode nell’esecuzione del contratto quando ha predisposto e consegnato carni di manzo suino e di pollo la cui origine non era esclusivamente sarda. In altre parole, con la fornitura di carni polacche, tedesche, olandesi e modenesi, la Corisar ha fatto il contrario rispetto a quanto aveva dichiarato in fase di aggiudicazione della gara d’appalto per la fornitura dei pasti destinati alla mensa scolastica del comune di Quartucciu.

L’APPALTO Nel capo d’imputazione il pm Pilia ha sottolineato che la società aveva vinto la gara anche in virtù dei dieci punti (il massimo) attribuiti per l’impegno a effettuare forniture migliorative con una provenienza di carni esclusivamente sarde, così come previsto dal bando di gara. Invece, durante diversi controlli, si era successivamente accertato che la carne di manzo proveniva da bovini nati e allevati in Polonia, i suini di origine Ue provenivano da uno stabilimento con sede nella provincia di Modena, altra carne di manzo proveniva da animali nati e allevati in Germania, il pollo, infine, era olandese.

Di lì l’accusa di frode in pubbliche forniture. Tra un anno e quattro mesi il legale rappresentante della Corisas, difeso dall’avvocato Sara Merella, potrà difendersi davanti al Tribunale monocratico. (mfch)

 Fonte l’Unione Sarda
 
 

I BENI COMUNI oltre il binomio Pubblico- Privato

Quando lo Stato privatizza una ferrovia, una linea aerea o la sanità, o cerca di privatizzare il servizio idrico integrato o l’università, esso espropria la comunità (ogni suo singolo membro “pro quota”) dei suoi BENI COMUNI (proprietà comune), in modo esattamente analogo rispetto a ciò che succede quando si espropria una proprietà privata per costruire una strada o un’altra opera pubblica.

Consentire al governo in carica di vendere liberamente beni di tutti (BENI COMUNI) per far fronte alle proprie necessità contingenti di politica economica è, sul piano costituzionale, tanto irresponsabile quanto sarebbe sul piano familiare consentire al maggiordomo di vendere l’argenteria migliore per sopperire alla sua necessità di andare in vacanza. Purtroppo, l’assuefazione alla logica del potere , ci ha fatto perdere consapevolezza del fatto che il governo dovrebbe essere il servitore del popolo sovrano, e non viceversa.

Certo, il maggiordomo (governo) deve poter disporre dei beni del suo padrone (beni comuni della collettività) per poterlo servire bene, ma di certo non può esserne il proprietario, libero di abusarne alienandoli e privatizzandoli indiscriminatamente. I BENI COMUNI, infatti, una volta alienati o distrutti non esistono più, e non sono riproducibili o facilmente recuperabili né per la generazione presente che dovesse rendersi conto di aver scelto (a maggioranza) un maggiordomo scellerato, né per quella futura, cui non si può neppure rimproverare la scelta del maggiordomo.

E’ necessario tutelare i BENI COMUNI , e ciò è tanto più urgente nella misura in cui il maggiordomo è oggi vittima del vizio capitale del gioco ed è conseguentemente piombato nelle mani degli usurai, che paiono assai più forti di lui e che ne controllano ogni comportamento. Nella stragrande maggioranza delle realtà statuali, infatti, il governo – controllato capillarmente da interessi finanziari globali – dissipa al di fuori di ogni controllo i BENI COMUNI, utilizzando come spiegazione naturale e dunque politicamente in gran parte accettata, la necessità di ripagare i suoi debiti di gioco.
Questa logica perversa deve essere smascherata, perché i popoli sovrani possano riprendere il controllo (ancorché tardivo) dei mezzi che consentono loro di vivere un’esistenza libera e dignitosa…

RITROVIAMO IL SENSO DEI BENI COMUNI

Vogliamo ritrovare il senso dei beni comuni, dei beni relazionali, sperimentare nuove forme di condivisione, praticare un consumo sociale, una condivisione più profonda. Abbiamo fiducia nella possibilità di istituire una società che metta al centro le persone e le relazioni e non le merci e gli scambi economici e che rivaluti l’importanza dei beni immateriali su quelli materiali. Che valorizzi modi di relazione anti utilitaristici e non strumentali e che sappia dare spazio alla solidarietà e al bene comune, piuttosto che all’interesse privato. Che valorizzi l’ambiente naturale, e le altre forme viventi, per la loro bellezza e dignità e non solo in termini strumentali.

Questo significa anche ricostruire forme di legame con i territori, valorizzando le risorse e i beni locali, le reti di economia sociale e solidale, rispondendo in primo luogo alle necessità della comunità locale e dell’ambiente e non a quelle del mercato. Il territorio è, per noi, la dimensione appropriata da cui ripartire per costruire una maggiore partecipazione e un reale decentramento: in altre parole per favorire l’autonomia, ossia la possibilità per ciascuno di definire in modo partecipato norme e regole di governo economico e sociale delle comunità.