I BENI COMUNI I°PARTE

Le questioni legate ai beni comuni hanno forti implicazioni nel quotidiano.

Questo primo passo vuole essere un’occasione per cominciare a lavorare insieme, per misurarsi affrontando questioni concrete, e che attraverso la ricerca mirata a migliorare la qualità della vita, si possa anche ridefinire gli stili di vita e le relazioni fra i soggetti.

Mi auguro vivamente che  fra tutti noi ci sia il desiderio di fare qualcosa, capire il presente, formare il futuro, stare insieme, spiegare ed ascoltare punti di vista diversi.

Quando si parla di beni comuni si parla di emozioni,amicizia,umanità e non di gestioni, risorse, costi e benefici. L’emotività è parte integrante dell’approccio al problema. Un bene comune è innanzitutto un bene riconosciuto dalla comunità. E’ molto importante capire che il bene comune non debba essere concepito  come la riproposizione di un bisogno, ma l’affermazione di un diritto.

Attraverso questo tema affrontiamo un po’ il nocciolo dei problemi ecologici, che nascono dal fatto che c’è una appropriazione privata di beni e risorse che sono collettive e che restano tali soltanto se disponibili a tutti, perché solo in questo caso possono assolvere la loro funzione.

L’acqua, l’aria ed anche il petrolio per il quale si combattono ancora oggi le guerre in diversi parti del nostro pianeta, sono beni comuni, che una volta esauriti saranno finiti per tutti.

La prima questione sulla quale interrogarci riguarda la riappropriazione dei beni comuni da parte  di tutti noi cittadini che dobbiamo renderci conto, che questi beni sono di priorità e/o gestione collettiva comunitaria e pertanto ne pubblici ne privati.

La sfera pubblica, Stato o Parlamento, non deve appropriarsene o cercare di definirli o istituirli, ma deve avere due obiettivi: l’uno è quello di introdurre normative per proteggerli, l’altro agevolare la massima partecipazione della comunità nel disciplinarne l’accesso e l’uso. Un programma politico sui beni comuni potrebbe dare centralità ad una pluralità di possibili programmi e progetti tra cui la promozione su scala locale di fondi fiduciari aperti alla partecipazione pubblica, con lo scopo di tutelare i beni ed assicurare l’equa ripartizione o godimento dei benefici. Piuttosto che resuscitare modelli passati di controllo pubblico , andranno approntati tutti gli strumenti indispensabili per assicurare la protezione dei beni comuni dalle aggressioni del mercato e contemporaneamente lo svolgimento di processi autenticamente partecipativi e dinamiche grazie alle quali si possano combinare approcci tradizionali ed innovativi, e sviluppare strategie che possano al meglio assicurare il soddisfacimento dei bisogni locali. L’elemento cruciale quindi è quello di aumentare il potere contrattuale di coloro che vengono esclusi e marginalizzati dai processi politici.

Aumentare il potere contrattuale significherà accrescere il peso delle comunità locali intese come municipalità, o forme spontanee e/o auto-organizzate di iniziativa cittadina. Obiettivo primo di tale processo sarà quello di dare ai cittadini la possibilità di proteggere, o recuperare i beni comuni, o addirittura crearne di nuovi nelle modalità più consone alle situazioni, alle esigenze ed alle specificità locali. Concentrarsi sulla dimensione locale dei beni comuni non deve creare le premesse per formule politiche che rifuggono o addirittura negano la dimensione globale. Sono invece profondamente convinto che attraverso la questione dei beni comuni si possa contribuire a ricostruire una cultura ed una pratica politica in una prospettiva cosmopolitica: non possiamo prescindere dal riconoscimento di un unico destino dell’umanità, quello di vivere sulla stessa Terra, ed avere gli stessi diritti ad una vita degna, che il recupero dei beni comuni può rendere possibile.

Il tema che stiamo discutendo è la questione più importante con cui noi tutti oggi ci dobbiamo confrontare, anche se “noi” siamo la minoranza. La maggioranza non crede nei beni comuni e nella cultura dominante esiste in effetti una specie di abbandono del concetto. Ecco noi  dobbiamo dare battaglia non solo per recuperare la legittimità del concetto, ma sopratutto per cambiare la logica economista, dove il bene comune non ha prezzo e quindi “non costa”. Questo modo di pensare non corrisponde alla realtà infatti l’acqua potabile o l’energia elettrica ad esempio sono dei beni comuni  e costano invece tantissimo. Il bene comune non può essere analizzato in termini di analisi economica, l’essenzialità e la non sostituibilità di un bene o di un servizio lo fa entrare nel campo del diritto, e non del bisogno, pertanto significa che non ci può essere né rivalità, né esclusione  rispetto al bene e al servizio. Una delle questioni centrali è il finanziamento dei beni o servizi comuni, che deve includere tutti i costi necessari alla loro gestione, e deve avere natura collettiva, deve essere posto a carico della collettività. Oggi la tendenza è quella della privatizzazione.

Ma chi deve finanziare i beni comuni? La risposta più ovvia è il Tesoro pubblico, e per questo  ci siamo inventati il Ministero del Tesoro, proprio perché la finanza pubblica doveva finanziare  le scuole, gli ospedali, le strade. Al centro di tutto, quando si tratta di problemi legati ai beni comuni , locali o mondiali, c’è il cittadino. Se il cittadino, se noi, non partecipiamo a questi processi, ci troveremo come nella Repubblica di Platone, dove i saggi – quelli che sanno – decidono  le leggi per il resto della popolazione. Non possiamo pensare ad esempio alla terra, senza la partecipazione dei contadini alla sua definizione e gestione.

Esempi di questi tentativi di costruzione di un mondo “diverso e possibile” sono già operativi in molti paesi dell’Occidente evoluto ed anche in Italia. Per brevità mi limito solo a citarli: le banche del tempo, le reti e i distretti di economia solidale, le valute regionali complementari, le comunità di famiglie, gli eco-villaggi, gli orti urbani, i movimenti di ri ruralizzazione delle città , le cooperative di auto-approvvigionamento e varie forme di economia agricola associativa.

Tutte queste iniziative concorrono ad una maggiore responsabilizzazione dei cittadini nel governo e nella manutenzione dell’ambiente e degli stili di vita. Si tratta di riqualificare in modo sostenibile la nostra vita e la nostra cultura, le identità regionali, gli ecosistemi locali e l’intero futuro, nostro e delle prossime generazioni. Una grande sfida che potrebbe impegnare tutti per l’adozione comune di una rinnovata etica della terra e dei luoghi.

FORUM ALTERNATIVO MONDIALE DELL’ACQUA

Si è aperto a Marsiglia il 6º Foro Mondiale dell’Acqua (World Water Forum)organizzato dalle multinazionali del servizio idrico e dai governi per discutere su come gestire ‘l’oro blu’. In parallelo il Forum Alternativo Mondiale dell’Acqua (FAME), messo in piedi dai movimenti che si battono nel mondo in difesa dell’acqua pubblica.

Rappresentanze di più di 40 paesi hanno cominciato a dar battaglia per chiedere che l’accesso all’acqua sia non solo un diritto, ma anche una realtà. Ospite d’onore il Forum italiano dei movimenti dell’acqua, reduce da una vittoria referendaria che sperano farà scuola. E’ già si sono verificati i primi incidenti, con il fermo di numerosi attivisti da parte della polizia francese durante le diverse manifestazioni tenutesi in questi giorni. Ma il movimento è in buona compagnia, numerosi gli interventi in difesa dell’acqua bene comune. Comincia il Vaticano, con un documento pubblicato dal Pontificio Consiglio Giustizia e Pace: “Se e’ comprensibile e logico che gli attori privati tendano a sviluppare attività redditizie, essi non devono dimenticare che l’acqua ha una valenza sociale e deve essere accessibile a tutti”. Segue l’Organizzazione Mondiale per la Sanità, attraverso il suo direttore generale, Margaret Chan: “Fornire accesso sostenibile a fonti sicure di acqua potabile e’ una delle cose piu’ importanti che possiamo fare per ridurre le malattie. Ma questo risultato oggi e’ solo l’inizio.

Dobbiamo continuare a garantire che questo accesso rimanga sicuro. In caso contrario, i nostri risultati saranno vani”. E l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) : “Senza un cambiamento fondamentale nella politica dell’acqua, siamo esposti a costi elevati in termini di crescita economica, la salute umana e l’ambiente”. Di uguale tono le dichiarazioni dei rappresentanti dell’UNESCO e delle Nazioni Unite, preoccupati del fatto che:” la domanda di acqua aumenta, si legge nel rapporto, e nello stesso tempo i cambiamenti climatici minacciano la sua disponibilità”.

Il Forum ufficiale, che si è concluso oggi 17 marzo, ha intanto registrato la presenza di 25.000 delegati in rappresentanza di 140 paesi, tra cui una dozzina di capi di Stato e 80 ministri. Dovrà inevitabilmente fare i conti con quanto gli viene contestato, partendo dal dato di fatto che la popolazione mondiale è cresciuta da 1,7 miliardi nel 1900 a più di 6 miliardi nel 2000 aumentando l’uso dell’acqua più di sei volte

Comunicato stampa Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Non esiste liberalizzazione del servizio idrico che rispetti i referendum.

Ormai da giorni il Presidente del Consiglio Monti e i suoi ministri parlano di privatizzazioni alludendo anche ad un intervento sul servizio idrico. Ultimi in ordine di tempo il sottosegretario Polillo secondo cui il referendum è stato “un mezzo imbroglio” e il sottosegretario Catricalà che ha annunciato “modifiche che non vadano contro il voto referendario” alla gestione dell’acqua.

Diciamo chiaramente a Monti, Passera, Catricalà e Polillo che non esiste nessuna liberalizzazione del servizio idrico che rispetti il voto referendario: il 12 e 13 giugno scorsi gli italiani hanno scelto in massa per la gestione pubblica dell’acqua e per la fuoriuscita degli interessi privati dal servizio idrico.

Non pensi il Governo Monti con la scusa di risanare il debito di poter aggirare il voto referendario con trucchi e trucchetti, 27 milioni di italiani si sono espressi per la ripubblicizzazione del servizio idrico e questo ci aspettiamo dal Governo nei prossimi giorni.

Saremo molto attenti alle prossime mosse del Governo Monti sul fronte delle liberalizzazioni, non permetteremo che la volontà popolare venga abbattuta a colpi di decreto, di Antitrust o di direttive europee in stile Bolkestein. Metteremo in campo ogni strumento utile alla difesa dei referendum, a partire dalla campagna di obbedienza civile lanciata da noi del Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua.

L’applicazione dei referendum è la prima e la più urgente emergenza democratica nel nostro paese, per questo il Forum chiede, come già fatto e sinora senza risposta, un incontro urgente con il Presidente del Consiglio Mario Monti. Nel contempo chiede a tutte le realtà che hanno sostenuto i referendum, ai partiti che da fuori o dentro il Parlamento hanno dato indicazione per il “Sì” ai referendum di giugno, di prendere da subito una netta posizione in difesa del voto democratico del popolo italiano.