CONVOCAZIONE DEL CONSIGLIO COMUNALE VENERDI’ 13 FEBBRAIO

Quartucciu, 11.02.2015

Prot. n. 2617

ALBO

Oggetto: Convocazione del Consiglio comunale URGENTE

Il Consiglio Comunale è convocato, presso la Sala Consiglio, in via Giofra, numero 1, in seduta URGENTE di prima convocazione per il giorno 13 Febbraio 2015 alle ore 18.00 con il seguente:

ORDINE DEL GIORNO

1. Indirizzi da dare alla Sindaca per la firma dell’Accordo di programma relativo al progetto di eliminazione delle intersezioni a raso della S.S. 554 (richiesta presentata dai Consiglieri comunali: Tonino Meloni, Walter Caredda, Giorgio Mascia, Carlo Murru e Bruno Flavio Martingano, in data 19.01.2015, prot. 981);

Si comunica che le proposte di deliberazione e i relativi allegati saranno depositati presso l’Ufficio Segreteria dalle ore 9.00 alle ore 14.00 e dalle ore 15.00 alle ore 17.30 del giorno giovedì 12 febbraio 2015;

I Responsabili di Settore interessati, in attuazione del disposto dell’art. 22 del vigente regolamento del Consiglio Comunale, sono invitati a presenziare alla seduta al fini di relazionare o per fornire chiarimenti in ordine agli argomenti di loro competenza posti in discussione

Cordiali saluti

La Sindaca

F.to Laura Pulga

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TIRANDO LE SOMME

 

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Valuto estremamente positivo l’esito dell’ultimo consiglio comunale.

Il giorno venerdì 30 Gennaio c.a. dalle 18:30 alle 23:00 abbiamo discusso 6 dei 16 punti previsti all’ordine del giorno, fra cui 4 mozioni presentate dal Movimento Cittadino Civico 5 Stelle di Quartucciu.

http://www.comune.quartucciu.ca.it/download.asp?c=1644f4dfa55e916cdf9868e5603b331c&t=0&f=m&id=11501

 

Al primo punto la mozione inizialmente proposta in data 27 Aprile e successivamente ripresentata in data 15 Luglio per un ” vizio formale ” ( mancava la dicitura mozione nell’oggetto del testo ) : chiediamo all’amministrazione attuale l’implementazione della comunicazione fra i Cittadini e l’amministrazione comunale dotandosi di strumenti di comunicazione in grado di raggiungere rapidamente e con efficacia i singoli Cittadini ( vedi nel dettaglio il testo integrale della mozione)

Mozione NUOVI STRUMENTI PER LA COMUNICAZIONE DIRETTA FRA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E CITTADINI

L’esito ? Più che soddisfacente.

Nel sito istituzionale del comune di Quartucciu è finalmente attivo da poche settimane il servizio da noi richiesto , anche se non completo come suggerito.

Il primo passo è compiuto.

http://www.comunequartucciu.eu/registrazione-servizi-online/

Il punto secondo all’ordine del giorno è in riferimento alla mozione protocollata in data 06 Novembre del 2013 e chiede all’amministrazione di adottare il metodo “GREEN PUBLIC PROCUREMENT” (GPP)

Sostanzialmente si chiede alla sindaca e alla giunta comunale di applicare negli appalti per le forniture e di adottare nelle procedure di acquisto di beni e servizi un metodo che abbia un indirizzo ben preciso: privilegiare prodotti e beni a ridotto impatto ambientale.

( vedi nel dettaglio il testo integrale della mozione)

MOZIONE SULL’ACQUISTO DI BENI E PRODOTTI REALIZZATI CON MATERIALE

Anche questa proposta viene recepita con la delibera del 28 Gennaio 2015

DELIBERA N 6 del 28-01-15 ADOZIONE DELLA POLITICA DI ACQUISTI PUBBLICI ECOLOGICI ( GPP ) DEL COMUNE DI QUARTUCCIU ACCOLTA

Al punto quarto la nostra mozione protocollata in data 24 Febbraio 2014 .

Chiediamo di aderire al manifesto dei sindaci e promuovere azioni di prevenzione al grave fenomeno della ludopatia , una patologia da dipendenza sempre più diffusa nella nostra società e che colpisce spesso anche i più giovani.

( vedi nel dettaglio il testo integrale della mozione)

Mozione a favore di azioni di prevenzione al fenomeno della ludopatia

Anche in questo caso riteniamo accolta la nostra richiesta, anche se in “stile tipicamente Nou“,

la delibera è datata 28 Gennaio 2015.

DELIBERA N 5 del 28-01-15 ADESIONE AL MANIFESTO DEI SINDACI A CONTRASTO DEL GIOCO D’AZZARDO ACCOLTA

Il punto che mi ha spinto a dover fare una scelta = mettere l’individuo davanti alle responsabilità ( n.d.r. ) .

La mozione al punto 3 prevedeva la realizzazione di una o più case dell’acqua all’interno del nostro comune

( vedi nel dettaglio il testo integrale della mozione presentata in data 24 Febbraio 2014 )

MOZIONE PROGETTO CASE DELL’ACQUA

Ora la maggioranza e la parte restante dell’opposizione erano disposti a votare all’unanimità a favore del nostro progetto chiedendo una PICCOLA modifica al testo originale: concedere la gestione ad un soggetto privato.

Ho una convinzione ben precisa in merito all’argomento :

l’acqua è un bene comune che appartiene a tutti, l’acqua non può essere di proprietà di nessuno, e la gestione dell’acqua deve essere inesorabilmente pubblica .

Le case dell’acqua hanno lo scopo di diminuire l’impatto ambientale che deriva dal consumo delle bottiglie in plastica, oltre che offrire un servizio aggiuntivo alla cittadinanza.

E’ giusto che questo servizio sia a pagamento e che il contributo provenga da chi ne usufruisce, per non gravare sull’intera comunità, parliamo di 5 / 7 massimo 10 centesimi al litro per coprire le spese di gestione.

L a gestione deve essere del comune:

dobbiamo rafforzare  l’esito del referendum e pertanto ci si deve mettere in testa che l’acqua è un bene pubblico, che pubblico deve restare e che nessuno ci deve lucrare.

Mi dispiace ma non ho accolto la proposta fatta dal resto del consiglio è ho portato al voto il testo originale.

La mozione è stata respinta dalla maggioranza ed il resto dell’opposizione si è astenuto.

Grazie , Bruno Flavio Martingano

 

 

COMUNICATO STAMPA – ASSEMBLEA COMITATO SI.NO.NUCLE 21-01-2015 – ORISTANO

COMITATO.SI.NONUCLE

                                           COMITATO PER IL “SI “

         NEL REFERENDUM CONSULTIVO SUL NUCLEARE IN SARDEGNA

 

Email comitato.si.nonucle@tiscali.it – Rif. Provvisorio Tel/fax – 0784/415249 – 348/7815084

 

COMUNICATO STAMPA     A TUTTI GLI ORGANI DI INFORMAZIONE

ASSEMBLEA GENERALE COMITATO.SI.NO.NUCLE

 

DELIBERE N. 1 E INIZIATIVE  – CARTA DI RESPONSABILITA’ E NONUCLE-DAY

 

L’Assemblea Natzionale del comitato Si.No.Nucle, che si era costituito per promuovere la campagna referendaria a favore del SI nel referendum istituzionale del 2011 con quesito “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti ?” nel quale il 97% dei votanti aveva espresso la netta indisponibilità del territorio sardo non solo alle centrali nucleari ma anche allo stoccaggio di scorie radioattive, riunitasi ad Oristano il 31-01-15;

  • Considerato che alla Sardegna potrebbe essere imposto il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico ed essere condannata al più grande disastro ambientale e sociale della sua storia;
  • Considerato che è dovere storico del Comitato Si.No.Nucle la difesa della volontà espressa dal popolo sardo nel referendum del 2011 in merito ai “…siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti”.
  • Preso atto della volontà del comitato espressa, nell’assemblea di Santa Giusta del 17/01/14, nel sondaggio interno via internet e nell’assemblea di oggi 31/01/15 di riattivarsi, nello spirito del referendum del 2011, per sensibilizzare e coinvolgere tutto il popolo sardo contro la possibile imposizione delle scorie radioattive;
  • Preso atto che anche altri comitati si sono costituiti recentemente nel merito, in particolare il Comitato Sardo NoScorie, con il quale occorre una fattiva collaborazione e un unico coordinamento;
  • DELIBERA
  • Di adeguare il nome del comitato assumendo il nome Comitato NoNucle conservando gli stessi colori per simboli, bandire e materiale informativo.
  • Di istituire un coordinamento con il Comitato Sardo NoScorie che assumerà il nome Coordinamento NoNucle-NoScorie , con il compito di coordinare le iniziative.
  • Che l’argomento di azione sarà quello stesso del referendum del 2011 e del contesto necessariamente coinvolto.
  • Che l’ambito di riferimento e mobilitazione sarà tutta la Natzione Sarda.
  • Di formare comitati zonali e cittadini per organizzare eventi di sensibilizzazione coinvolgimento di tutti i sardi inteso come cittadini della Sardegna ed emigrati.DELIBERA LE SEGUENTI INIZIATIVE
  • Istituire la CARTA DI RESPONSABILITA’ – CARTA DE RESPONSABILIDADE da stampare bilingue in 1.600.000 copie numerate da distribuire a tutti i sardi per coinvolgerli nella responsabilità generazionale consegnando simbolicamente a ciascuno la propria quota di responsabilità verso la generazione sarda vivente e specialmente verso le generazioni sarde future.
  • Di indire per il mese di aprile la NONUCLE-DAY – NONUCLE-DIE per CHIAMARE il popolo sardo ad una manifestazione di esistenza, di riaffermazione della volontà collettiva espressa nel referendum del 2011, di netta contrarietà alle scorie radioattive in Sardegna.
  • Di promuovere eventi in ogni comunità sarda, per sensibilizzazione, informazione, distribuzione della CARTA DI RESPONSABILITA’ e disponibilità alla mobilitazione collettiva del NONUCLE-DIE e alle altre promosse dal Coordinamento.
  • Di formulare una forma di DELIBERA NONUCLE da far adottare da tutte le istituzioni pubbliche sarde.
  • Oristano 31-01-15                                 Assemblea Natzionale Si.No.Nucle

CONSIGLIO COMUNALE 29 / 30 GENNAIO E 03 FEBBRAIO

Vorremmo  sottoporre alla vostra attenzione due mozioni fra le sette proposte dal Movimento Cittadino Civico 5 Stelle di Quartucciu previste fra i punti all’ordine del giorno in discussione al prossimo consiglio comunale del 29 e 30 Gennaio .

http://www.comune.quartucciu.ca.it/download.asp?c=1644f4dfa55e916cdf9868e5603b331c&t=0&f=m&id=11501

Con la mozione che propone il referendum propositivo e abrogativo vogliamo introdurre strumenti di democrazia diretta e dimostrare, principalmente ed inizialmente ai nostri amministratori più vicini, sindaco, consiglieri comunali e assessori comunali, che vogliamo la partecipazione diretta dei Cittadini e dare loro la possibilità di decidere.

La democrazia vera può nascere solo con la democrazia diretta.

Dimostriamo a partire dai Comuni che noi Cittadini sappiamo proporre e usare il cervello, la legge a livello locale è chiara e ce lo permette. (art. 8 Dlgs 267/00).

Il ragionamento è molto semplice: se l’amministrazione di Quartucciu ad oggi non ha ancora provveduto a modificare lo Statuto ed il regolamento sugli istituti di partecipazione popolare e i referendum, è ora che lo faccia, dimostrando realmente coi fatti e non solo con le parole o con la solita propaganda preelettorale,  la volontà di dare ai Cittadini di Quartucciu la facoltà di decidere direttamente quali strumenti essi vogliono adottare nella nostra comunità.

E’ una opportunità all’avanguardia a livello nazionale.

http://civico5stelle.it/wp-content/uploads/2013/02/Mozione-referendum-propositivo-e-abrogativo.pdf

La seconda mozione contro il distacco delle utenze idriche è finalizzata alla difesa delle fasce più deboli della popolazione.

La crisi economica che attraversa tutto il paese e le sacche di povertà che sta creando anche nel nostro comune fa sì che molte famiglie non sono più in grado di pagare i servizi necessari. L’acqua è un bene comune di proprietà collettiva essenziale per la vita.

L’acqua è una risorsa vitale e irrinunciabile.

L’esecuzione dei distacchi delle utenze idriche è da ritenersi inaccettabile, specificando chiaramente che non si debba procedere al distacco delle utenze idriche laddove si verificano situazioni di morosità incolpevole.

http://civico5stelle.it/wp-content/uploads/2013/02/MOZIONE-contro-il-distacco-del-servizio-idrico.pdf

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A QUARTUCCIU LA SCUOLA PUBBLICA FESTEGGIA IL NATALE

La giunta Bentu Nou non si smentisce neanche quest’anno e, come per gli anni precedenti, è alla ricerca di un bel regalo di Natale in dono ai Cittadini di Quartucciu. Durante il dibattito in aula consiliare, in data 02 Dicembre u.s., viene respinta la mozione presentata dal consigliere del Movimento Cittadino Civico 5 Stelle di Quartucciu, che propone espressamente al sindaco di attivarsi, al fine di avviare tutte le procedure amministrative del caso e di presentare al governo la richiesta per destinare l’otto per mille all’edilizia scolastica. Inizialmente e, con l’istinto che contraddistingue l’attuale maggioranza, la proposta è stata arrogantemente rispedita al mittente e, con essa, l’opportunità di utilizzare fondi statali appositi, che possono essere destinati alla realizzazione di progetti finalizzati alla ristrutturazione, al miglioramento, alla messa in sicurezza, all’adeguamento antisismico e all’ottimizzazione del consumo energetico, degli immobili di proprietà pubblica, riservati all’istruzione scolastica.
Tale provvedimento è previsto dalla legge di stabilità del 2014, in seguito all’emendamento presentato in Parlamento dal Movimento 5 Stelle, e approvato a maggioranza.
L’assessore al bilancio, a suo dire, ha ritenuto “superflua” la nostra proposta. Per dissipare ogni dubbio, invitiamo gli interessati a seguire la registrazione del consiglio comunale del 2 Dicembre 2014, sul sito istituzionale del Comune. I nostri concittadini, infatti, potranno prendere visione, e constatare di persona, quanto i componenti della maggioranza non avessero la più pallida idea di cosa venisse da noi proposto, e potranno venire a conoscenza del tentativo maldestro dei suoi membri di collegarsi in diretta, e seduta stante, col sito del governo, alla ricerca della modulistica da compilare, per poter accedere ai finanziamenti previsti, nel goffo intento di scoprire le possibilità che offre la modifica della L. 222/1985 in materia di regolamentazione della disciplina, per la destinazione della quota dell’otto per mille dell’Irpef.
Ma se in precedenza – come volevano dare a intendere – fosse già stata avviata la procedura da parte degli uffici, per la richiesta dei contributi oggetto della mozione, non sarebbe allora dovuta intervenire la maggioranza in aula con tranquillità, disponendo di tutta la documentazione già inviata o da inviare, dimostrando tutto il suo efficientismo?
Pessima e triste figura, quella degli amministratori, che avrebbero dovuto attivarsi già dal mese di Gennaio del 2014, ma che non lo hanno fatto, continuando quel percorso autoreferenziale a senso unico, a discapito del Bene Comune!
Ma ecco il colpo di scena! Un articolo pubblicato sulla stampa locale suggerisce all’opinione pubblica l’idea che la maggioranza avrebbe espresso il proprio voto contrario, e preferito negare l’eventualità di ottenere dei benefici per la nostra comunità, pur di non dare merito alle iniziative della minoranza.
Alla fine, comunque, hanno vinto i Cittadini, e noi abbiamo ottenuto una bella soddisfazione civica. Dopo il duro scontro in aula fra il consigliere del Movimento, Martingano, e la maggioranza, quel che conta è il risultato alla fine raggiunto: in data 15 Dicembre, ecco la delibera della giunta, da presentare alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, per la richiesta di contributo di oltre € 300.000, a valere sulla quota dell’otto per mille dell’imposta sul reddito delle persone fisiche a diretta gestione statale, a favore delle scuole di Via Don Minzoni a Quartucciu. Le idee sono sovrane, non le persone, le idee !!!

 

IL VESTITO NUOVO DELL’IMPERATORE

C’era una volta un imperatore che amava così tanto la moda da spendere tutto il suo denaro soltanto per vestirsi con eleganza. Non aveva nessuna cura per i suoi soldati, né per il teatro o le passeggiate nei boschi, a meno che non si trattasse di sfoggiare i suoi vestiti nuovi: possedeva un vestito per ogni ora del giorno, e mentre di solito di un re si dice: “È nella sala del Consiglio”, di lui si diceva soltanto: “È nel vestibolo”.
Nella grande città che era la capitale del suo regno, c’era sempre da divertirsi: ogni giorno arrivavano forestieri, e una volta vennero anche due truffatori: essi dicevano di essere due tessitori e di saper tessere la stoffa più incredibile mai vista. Non solo i disegni e i colori erano meravigliosi, ma gli abiti prodotti con quella stoffa avevano un curioso potere: essi diventavano invisibili agli occhi degli uomini che non erano all’altezza della loro carica, o che erano semplicemente molto stupidi.
“Quelli sì che sarebbero degli abiti meravigliosi!”, pensò l’imperatore: con quelli indosso, io potrei riconoscere gli incapaci che lavorano nel mio impero, e saprei distinguere gli stupidi dagli intelligenti! Devo avere subito quella stoffa!”.
E pagò i due truffatori, affinché essi si mettessero al lavoro.
Quei due montarono due telai, finsero di cominciare il loro lavoro, ma non avevano nessuna stoffa da tessere. Chiesero senza tanti complimenti la seta più bella e l’oro più brillante, se li misero in borsa, e continuarono a così, coi telai vuoti, fino a tarda notte.
“Mi piacerebbe sapere a che punto stanno con la stoffa!”, pensava intanto l’imperatore; ma a dire il vero si sentiva un po’ nervoso al pensiero che una persona stupida, o incompetente, non avrebbe potuto vedere l’abito. Non che lui temesse per sé, figurarsi: tuttavia volle prima mandare qualcun altro a vedere come procedevano i lavori.
Nel frattempo tutti gli abitanti della città avevano saputo delle incredibili virtù di quella stoffa, e non vedevano l’ora di vedere quanto stupido o incompetente fosse il proprio vicino.
“Manderò dai tessitori il mio vecchio e fidato ministro”, decise l’imperatore, “nessuno meglio di lui potrà vedere che aspetto ha quella stoffa, perché è intelligente e nessuno più di lui è all’altezza del proprio compito”.
Così quel vecchio e fidato ministro si recò nella stanza dove i due tessitori stavano tessendo sui telai vuoti. “Santo cielo!”, pensò, spalancando gli occhi, “Non vedo assolutamente niente!”
Ma non lo disse a voce alta.
I due tessitori gli chiesero di avvicinarsi, e gli domandarono se il disegno e i colori erano di suo gradimento, sempre indicando il telaio vuoto: il povero ministro continuava a fare tanto d’occhi, ma senza riuscire a vedere niente, anche perché non c’era proprio niente.
“Povero me”, pensava intanto, “ma allora sono uno stupido? Non l’avrei mai detto! Ma è meglio che nessun altro lo sappia! O magari non sono degno della mia carica di ministro? No, in tutti casi non posso far sapere che non riesco a vedere la stoffa!”
“E allora, cosa ne dice”, chiese uno dei tessitori.
“Belli, bellissimi!”, disse il vecchio ministro, guardando da dietro gli occhiali. “Che disegni! Che colori! Mi piacciono moltissimo, e lo dirò all’imperatore.”
“Ah, bene, ne siamo felici”, risposero quei due, e quindi si misero a discutere sulla quantità dei colori e a spiegare le particolarità del disegno. Il vecchio ministro ascoltò tutto molto attentamente, per poterlo ripetere fedelmente quando sarebbe tornato dall’imperatore; e così fece.
Allora i due truffatori chiesero ancora soldi, e seta, e oro, che gli sarebbe servito per la tessitura. Ma poi infilarono tutto nella loro borsa, e nel telaio non ci misero neanche un filo. Eppure continuavano a tessere sul telaio vuoto.
Dopo un po’ di tempo l’imperatore inviò un altro funzionario, assai valente, a vedere come procedevano i lavori. Ma anche a lui capitò lo stesso caso del vecchio ministro: si mise a guardare, a guardare, ma siccome oltre ai telai vuoti non c’era niente, non poteva vedere niente.
“Guardi la stoffa, non è magnifica?”, dicevano i due truffatori, e intanto gli spiegavano il meraviglioso disegno che non esisteva affatto.
“Io non sono uno stupido!”, pensava il valente funzionario. “Forse che non sono all’altezza della mia carica! Davvero strano! Meglio che nessuno se ne accorga!” E così iniziò anche lui a lodare il tessuto che non riusciva a vedere, e parlò di quanto gli piacessero quei colori, e quei disegni così graziosi. “Sì, è davvero la stoffa più bella del mondo”, disse poi all’imperatore.
Tutti i sudditi non facevano che discutere di quel magnifico tessuto. Infine anche l’imperatore volle andare a vederlo, mentre esso era ancora sul telaio. Si fece accompagnare dalla sua scorta d’onore, nella quale c’erano anche i due ministri che erano già venuti, e si recò dai due astuti imbroglioni, che continuavano a tessere e a tessere… un filo che non c’era.
“Non è forse ‘magnifique’?”, dicevano in coro i due funzionari; “Che disegni, Sua Maestà! Che colori!”, e intanto indicavano il telaio vuoto, perché erano sicuri che gli altri ci vedessero sopra la stoffa.
“Ma cosa sta succedendo?”, pensò l’imperatore, “non vedo proprio nulla! Terribile! Che io sia stupido? O magari non sono degno di fare l’imperatore? Questo è il peggio che mi potesse capitare!”
“Ma è bellissimo”, intanto diceva. “Avete tutta la mia ammirazione!”, e annuiva soddisfatto, mentre fissava il telaio vuoto: mica poteva dire che non vedeva niente! Tutti quelli che lo accompagnavano guardavano, guardavano, ma per quanto potessero guardare, la sostanza non cambiava: eppure anch’essi ripeterono le parole dell’imperatore: “Bellissimo!”, e gli suggerirono di farsi fare un abito nuovo con quella stoffa, per l’imminente parata di corte.
“‘Magnifique’!, ‘Excellent’!”, non facevano che ripetere, ed erano tutti molto felici di dire cose del genere.
L’imperatore consegnò ai due imbroglioni la Croce di Cavaliere da tenere appesa al petto, e li nominò Grandi Tessitori.
Per tutta la notte prima della parata di corte, quei due rimasero alzati con più di sedici candele accese, di modo che tutti potessero vedere quanto era difficile confezionare i nuovi abiti dell’imperatore. Quindi fecero finta di staccare la stoffa dal telaio, e poi con due forbicioni tagliarono l’aria, cucirono con un ago senza filo, e dissero, finalmente: “Ecco i vestiti, sono pronti!”
Venne allora l’imperatore in persona, coi suoi più illustri cavalieri, e i due truffatori, tenendo il braccio alzato come per reggere qualcosa, gli dissero: “Ecco qui i pantaloni, ecco la giacchetta, ecco la mantellina…” eccetera. “Che stoffa! È leggera come una tela di ragno! Sembra quasi di non avere indosso nulla, ma è questo appunto il suo pregio!”
“Già”, dissero tutti i cavalieri, anche se non vedevano niente, perché non c’era niente da vedere.
“E ora”, dissero i due imbroglioni, se Sua Maestà Imperiale vorrà degnarsi di spogliarsi, noi lo aiuteremo a indossare questi abiti nuovi proprio qui di fronte allo specchio!”
L’imperatore si spogliò, e i due truffatori fingevano di porgergli, uno per uno, tutti i vestiti che, a detta loro, dovevano essere completati: quindi lo presero per la vita e fecero finta di legargli qualcosa dietro: era lo strascico. Ora l’imperatore si girava e rigirava allo specchio.
“Come sta bene! Questi vestiti lo fanno sembrare più bello!”, tutti dicevano. “Che disegno! Che colori! Che vestito incredibile!”
“Stanno arrivando i portatori col baldacchino che starà sopra la testa del re durante il corteo!”, disse il Gran Maestro del Cerimoniale.
“Sono pronto”, disse l’imperatore. “Sto proprio bene, non è vero?” E ancora una volta si rigirò davanti allo specchio, facendo finta di osservare il suo vestito.
I ciambellani che erano incaricati di reggergli lo strascico finsero di raccoglierlo per terra, e poi si mossero tastando l’aria: mica potevano far capire che non vedevano niente.
Così l’imperatore marciò alla testa del corteo, sotto il grande baldacchino, e la gente per la strada e alle finestre non faceva che dire: “Dio mio, quanto sono belli gli abiti nuovi dell’imperatore! Gli stanno proprio bene!”
Nessuno voleva confessare di non vedere niente, per paura di passare per uno stupido, o un incompetente. Tra i tanti abiti dell’imperatore, nessuno aveva riscosso tanto successo.
“Ma l’imperatore non ha nulla addosso!”, disse a un certo punto un bambino.
“Santo cielo”, disse il padre, “Questa è la voce dell’innocenza!”. Così tutti si misero a sussurrare quello che aveva detto il bambino.
“Non ha nulla indosso! C’è un bambino che dice che non ha nulla indosso!”
“Non ha proprio nulla indosso!”, si misero tutti a urlare alla fine. E l’imperatore rabbrividì, perché sapeva che avevano ragione; ma intanto pensava: “Ormai devo condurre questa parata fino alla fine!”, e così si drizzò ancora più fiero, mentre i ciambellani lo seguivano reggendo una coda che non c’era per niente.

Hans Christian Andersen

COMITATO SINONUCLE: COMUNICATO STAMPA

COMUNICATO STAMPA     A TUTTI GLI ORGANI DI INFORMAZIONE

 

CONVOCAZIONE ASSEMBLEA DEL COMITATO SINONUCLE

in merito ALLA POSSIBILITA’ CHE IL SITO UNICO PER LO STOCCAGGIO DELLE SCORIE NUCLEARI VENGA IMPOSTO ALLA SARDEGNA

 

A SANTA GIUSTA, SALA COMUNALE, SABATO 17/01/2015 ORE 16

 

Il comitato Si.No.Nucle, che si era costituito per promuovere la campagna referendaria a favore del SI nel referendum istituzionale del 2011 con quesito “Sei contrario all’installazione in Sardegna di centrali nucleari e di siti per lo stoccaggio di scorie radioattive da esse residuate o preesistenti ?” nel quale il 97% dei votanti aveva espresso la netta indisponibilità del territorio sardo non solo alle centrali nucleari ma anche allo stoccaggio di scorie radioattive:

considerato che nella carta Sogin ha consegnato ad Ispra la proposta di Carta delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il Deposito Nazionale per i rifiuti radioattivi e Parco Tecnologico, la Sardegna è in prima posizione e considerato che Ispra ha due mesi di tempo per verificare la corretta applicazione dei Criteri da parte di Sogin e validare la Carta e passarla al Ministero dello Sviluppo Economico e al Ministero dell’Ambiente che entro un mese potrebbero rilasciare il nulla osta affinché Sogin pubblichi la Cnapi e condanni la Sardegna al più grave disastro ambientale e alla più umiliante soggezione coloniale che abbia subito nella sua storia,

 

IL COMITATO CONVOCA TUTTI I SUOI ISCRITTI E TUTTI COLORO CHE VORRANNO ADERIRE AD UN’ASSEMBLEA PUBBLICA PER IL GIORNO SABATO 17/01/2015 ALLE ORE 16 PRESSO LA SALA COMUNALE DEL MUNICIPIO DI SANTA GIUSTA, IN PIATZA OTHOCA.

 

Ordine del giorno

  • Valutazione della grave minaccia che incombe sulla Sardegna
  • Prospettive per il Comitato Si.No.Nucle
  • Eventuali iniziative.Tutti i sardi sono invitati a partecipare.Oristano 15-01-2015

 

 

 

CUMBIDU DE SU COMITADU SINONUCLE – A SA REUNIONE DE SU 17/1 h 16 in Santa Giusta , Sala Comunale, piatza Othoca . A totu sos chi cherent collaborare o faghere parte de su Comitadu SiNoNucle: Su perìgulu nucleare minetzat torra sa Sardigna su comitadu SiNoNucle chi at fatu sa campagna vitoriosa de su referendum de su 2011 contra a su nucleare intendet su dovere de si torrare a mobilidare e cunvocat una reunione pro detzidere ite faghere. Est unu comitadu fatu de pesonas chene discriminates politicas, ideologicas o religiosas, si moet in totu sa natzione e cale siat sardu, chi cundividit sa luta contra su nucleare in Sardigna, bi podet aderire. In sa reunione amus a detzidere, si sighire chin su comitadu, si li cambiare nùmene, si lu isorvere e ne faghere un’àteru o si unire chin àteros comitados, sa gente chi addòbiat detzidet. A mentzu bidere, Comitadu SiNoNucle.

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IL SULTANO E SAN FRANCESCO

Non possiamo rinunciare alla speranza

Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle «Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell’ immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’ America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’ impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo. Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’ indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’ umanità, un’ opera che sembra essere ancora di un’ inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’ orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’ odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’ uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell’ anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l’ uomo non si metterà di sua volontà all’ ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura». O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’ è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’ aver davanti prima dell’ 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’ inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’ altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice – Stati Uniti in testa – d’ impegnarsi solennemente con tutta l’ umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per sé un’ arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’ orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L’ arte di non essere governati: l’ etica politica da Socrate a Mozart). L’ autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all’ Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’ uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all’ esilio dove quello fonda la prima città. La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’ uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’ isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’ Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’ innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli – fortunatamente – sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire. Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’ è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’ evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’ attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’ atto di «una guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici. Un vecchio accademico dell’ Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. «Gli assassini suicidi dell’ 11 settembre non hanno attaccato l’ America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’ anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo «contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’ elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi. Il «contraccolpo» dell’ attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’ installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’ Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’ Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l’ analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’ è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’ occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’ anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’ essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’ Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri. A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’ Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’ essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’ Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’ India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’ Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’ oleodotto attraverso l’ Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l’ imminente attacco contro l’ Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell’ America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’ industria petrolifera con quelli dell’ industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’ interno del paese, in ragione dell’ emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l’ America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l’ aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l’ allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L’ aver diviso il mondo in maniera – mi pare – «talebana», fra «quelli che stanno con noi e quelli contro di noi», crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’ America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro. Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle «cicale» ed agli intellettuali «del dubbio» va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’ aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’ aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell’ establishment mediatico, c’ è stata una disperante corsa alla ortodossia. È come se l’ America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell’ America che per due volte ci ha salvato. Ma non c’ era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam? Per i politici – me ne rendo conto – è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l’ angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi. Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’ Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’ arabo, oltre ai tanti che già studiano l’ inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’ assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’ era ancora la Cnn – era il 1219 – perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’ incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’ accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l’ uno disse all’ altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’ accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire. Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’ orrore dell’ olocausto atomico pose una bella domanda: «La sindrome da fine del mondo, l’ alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’ uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che cosa spinge l’ uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l’ evoluzione psichica dell’ uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’ odio e della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’ era da sperare: l’ influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo. Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’ umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto». Per difendersi, Oriana, non c’ è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c’ è bisogno d’ ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M’ è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell’ acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell’ incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove. I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni dall’ India agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell’ esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L’ immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’ Afghanistan, ordina l’ attacco alle Torri Gemelle; è l’ ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l’ uomo d’ affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare. I governi occidentali oggi sono uniti nell’ essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del capitalismo», diceva il cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c’ era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po’ più di moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l’ ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi. Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L’ interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l’ utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i «lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’ etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce. Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’ Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’ è «globalizzata», perché non ha resistito all’ assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’ io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch’ io ritirato, in una sorta di baita nell’ Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’ erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace.

Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte.

Terzani Tiziano

(8 ottobre 2001)

ELOGIO ALLA DEMOCRAZIA DIRETTA

Un presidente che scende dal bus, che dura in carica un anno, che fa il discorso dal mercato che frequenta, che non ha scorta e corazzieri al seguito e che elogia la democrazia diretta. Un presidente così E’ IL RISULTATO della democrazia diretta.La presidente Simonetta Sommaruga paragona la Svizzera ad un mercato cittadino: un luogo in cui tutto il mondo si ritrovaELOGIA ALLA DEMOCRAZIA DIRETTA

“Care concittadine, Cari concittadini,

da molti anni faccio la spesa proprio qui, al mercato in Piazza federale. Compro frutta e verdura, ma anche piantine per il mio giardino. E continuerò a farlo anche durante il mio anno di presidenza.

Perché andare al mercato è un’esperienza così particolare? In fin dei conti potremmo ordinare tutto su Internet, senza nemmeno uscire di casa. Per me la risposta è chiara e penso che siamo in molti a pensarla così.

Mi piace andare al mercato perché conosco le bancarelle e le persone che ci lavorano, so chi vende il formaggio migliore e i fiori più belli. Incontro amici e conoscenti e alcune volte posso scambiare quattro chiacchiere. Per me il mercato significa familiarità e vicinanza.

La familiarità e la vicinanza sono anche caratteristiche della nostra democrazia diretta.

In nessun altro Paese i cittadini hanno così tanto potere e responsabilità. Ed è proprio questo che mi piace della nostra democrazia: il suo coraggio e la grande fiducia che ha in noi.

Alcuni pensano che la democrazia diretta non sia un sistema al passo coi tempi: ritengono che nel mondo interconnesso di oggi la popolazione non è più in grado di decidere su temi molto complessi. È un’opinione che non condivido per nulla.

Anzi, sono convinta che il nostro sistema politico sia particolarmente adatto alla nostra epoca. Da noi, infatti, le responsabilità sono assunte non soltanto dal Consiglio federale e dal Parlamento, ma anche dalle cittadine e dai cittadini che possono esercitare la loro influenza e partecipare alle decisioni. È proprio questa partecipazione che crea vicinanza e fonda la nostra identità. Ed è proprio questo di cui abbiamo bisogno.

È sempre stato così e continua ad esserlo oggi più che mai, nell’era della globalizzazione.

Il nostro Paese nel ventunesimo secolo assomiglia a un mercato come questo, dove la globalizzazione già da tempo fa sentire i suoi effetti. Il tonno del pescivendolo non è stato pescato nel lago di Thun, il mango non è stato raccolto sulle rive dell’Aar.

Oggi, nei nostri mercati, la frutta esotica e altri prodotti da tutto il mondo sono venduti insieme alle mele e alle insalate delle nostre campagne.

E ciò nonostante – o forse proprio per questo – qui ci sentiamo a casa. Un mercato è un luogo aperto a tutti. Un luogo di scambio. Un luogo in cui tutto il mondo si ritrova. Un luogo dove proviamo un senso di vicinanza e dove abbiamo le nostre radici.

Care concittadine, cari concittadini, cosa rende particolare il nostro Paese? Cosa forma la nostra identità? La nostra tradizione, le nostre radici? Oppure la nostra apertura, i nostri legami con il mondo, la nostra solidarietà?

Non c’è una sola risposta, ma valgono entrambe: le nostre radici e i nostri legami con il mondo.

Care concittadine, cari concittadini, l’anno che sta per iniziare di certo non sarà facile. Ma sono convinta che può essere un buon anno.

Auguro di cuore a tutti voi e ai vostri cari forza,  salute e ogni bene per il nuovo anno”.

Qui il video integrale
http://www.rsi.ch/news/svizzera/Elogio-alla-democrazia-diretta-3428842.html

 

LE TUTELE CRESCENTI

Con l’approvazione del “job acts” le nuove regole entreranno in vigore soltanto per i nuovi assunti, mentre per quelli che verranno occupati entro la mezzanotte del giorno prima dell’entrata in vigore del decreto delegato – 01 Gennaio 2015 – seguiteranno ad operare le regole attuali.
Avranno ragione di pensare che non provocherà in noi una reazione di massa ed una giusta protesta se la riduzione delle tutele dei lavoratori non ci tocca direttamente ma colpirà le prossime generazioni ed il futuro dei nostri figli ?


Se così fosse allora siamo destinati a soccombere nel girone degli ignavi.

Tratto dalla divina commedia canto terzo dell’inferno ” gli ignavi ”
«Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli».
E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidïosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa».

La condizione degli ignavi è la peggiore, in quanto non vengono neanche riconosciuti come veri uomini: non avendo giocato la loro libertà rimangono senza giudizio, fuori sia dall’Inferno sia dal Paradiso, sono coloro che vissero “sanza ‘nfamia e sanza lodo”.