I BENI COMUNI oltre il binomio Pubblico- Privato

Quando lo Stato privatizza una ferrovia, una linea aerea o la sanità, o cerca di privatizzare il servizio idrico integrato o l’università, esso espropria la comunità (ogni suo singolo membro “pro quota”) dei suoi BENI COMUNI (proprietà comune), in modo esattamente analogo rispetto a ciò che succede quando si espropria una proprietà privata per costruire una strada o un’altra opera pubblica.

Consentire al governo in carica di vendere liberamente beni di tutti (BENI COMUNI) per far fronte alle proprie necessità contingenti di politica economica è, sul piano costituzionale, tanto irresponsabile quanto sarebbe sul piano familiare consentire al maggiordomo di vendere l’argenteria migliore per sopperire alla sua necessità di andare in vacanza. Purtroppo, l’assuefazione alla logica del potere , ci ha fatto perdere consapevolezza del fatto che il governo dovrebbe essere il servitore del popolo sovrano, e non viceversa.

Certo, il maggiordomo (governo) deve poter disporre dei beni del suo padrone (beni comuni della collettività) per poterlo servire bene, ma di certo non può esserne il proprietario, libero di abusarne alienandoli e privatizzandoli indiscriminatamente. I BENI COMUNI, infatti, una volta alienati o distrutti non esistono più, e non sono riproducibili o facilmente recuperabili né per la generazione presente che dovesse rendersi conto di aver scelto (a maggioranza) un maggiordomo scellerato, né per quella futura, cui non si può neppure rimproverare la scelta del maggiordomo.

E’ necessario tutelare i BENI COMUNI , e ciò è tanto più urgente nella misura in cui il maggiordomo è oggi vittima del vizio capitale del gioco ed è conseguentemente piombato nelle mani degli usurai, che paiono assai più forti di lui e che ne controllano ogni comportamento. Nella stragrande maggioranza delle realtà statuali, infatti, il governo – controllato capillarmente da interessi finanziari globali – dissipa al di fuori di ogni controllo i BENI COMUNI, utilizzando come spiegazione naturale e dunque politicamente in gran parte accettata, la necessità di ripagare i suoi debiti di gioco.
Questa logica perversa deve essere smascherata, perché i popoli sovrani possano riprendere il controllo (ancorché tardivo) dei mezzi che consentono loro di vivere un’esistenza libera e dignitosa…

LE CICOGNE A QUARTUCCIU

Mamma, come nascono i bambini?”

Questa è la classica domanda che i bambini fanno appena iniziano ad essere un po’ più grandicelli, per cercare di capire come sono nati; davanti a questa domanda, di solito, la mamma narra la storia della cicogna. Ma perché la nascita dei bambini viene associata all’arrivo della cicogna?

La leggenda della cicogna che porta i bambini risale alle origini dell’umanità, quando la cicognaera un uccello molto diffuso che faceva il nido sopra ai tetti delle case, e più precisamente nei camini, perché da essi saliva il calore.

Visto che la possibilità di riscaldarsi non era così frequente, spesso i camini venivano accesi solo quando in corrispondenza alla nascita dei bambini; costatando che la cicogna sceglieva sempre i camini delle case in cui erano nati da poco dei bambini, la tradizione ha fatto sì che questo uccello venisse associato alla nascita di un figlio; infine la fantasia popolare ha voluto che si diffondesse la leggenda che fosse proprio la cicogna a portare i bambini. Dall’inizio dell’anno ad oggi nel nostro Comune di Quartucciu la Cicogna è passata per ben 112 volte.Auguri al futuro!!!A tutte le coppie  residenti a Quartucciu protagoniste di questo lieto evento nel 2011 consigliamo di recarsi presso il Comune ed informarsi sui requisiti necessari per usufruire del bonus di € 500,00 a loro dedicato

 

Politica economica post-Mubarak

L’Egitto sta attraversando un momento di forte crisi economica: l’inflazione è salita al 12.1 % nel mese di aprile contro gli 11.5 % del mese di marzo, una recessione che era iniziata ben prima della crisi finanziaria mondiale e che è stata certamente il primo fattore a scatenare le note proteste di piazza Tahrir al Cairo: oltre 80 milioni di egiziani infatti vivono al di sotto della soglia di povertà dei 2$ giornalieri stabilita dalla Banca Mondiale. Dagli anni ’70 a oggi gli egiziani hanno visto calare drasticamente il proprio potere d’acquisto e il proprio standard di vita il che, sommato al crescente tasso di disoccupazione giovanile, ha creato una miscela esplosiva che ha costituito terreno fertile anche per il recente cambiamento politico del paese. Dalla spesa pubblica troppo onerosa dell’epoca socialista del rais Nasser si è passati ad un piano di privatizzazioni sproporzionato rispetto al minimo tasso di crescita economica e di sviluppo industriale a cui l’Egitto stava andando incontro. Alle privatizzazioni imposte attraverso i piani di sviluppo economico della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale non seguirono piani per l’implementazione dei posti di lavoro, ma solo tagli e licenziamenti nel neo settore privato. Attraverso operazioni poco trasparenti, gli stessi che prima controllavano il settore economico pubblico egiziano hanno rilevato negli anni ’70 e ’80 le industrie pubbliche con cifre nettamente inferiori ai loro effettivi valori di mercato. In questo modo, se il fine iniziale del piano di privatizzazione era quello di creare concorrenza per far fermentare l’economia, il settore economico egiziano rimase invece nelle mani della medesima classe politica che prima gestiva quelle stesse industrie per conto dello stato. Una casta che da una parte si guardò bene dal diversificare l’economia e incentivare lo sviluppo attraverso una reale e leale concorrenza industriale, e dall’altra non si sentì in obbligo a garantire ai lavoratori le stesse condizioni contrattuali precedenti.

Il reale potere d’acquisto degli egiziani calava, ma il PIL saliva: una serie di scelte politico-strategiche favorevoli agli USA attuate nella regione dai governi Sadat e Mubarak furono “ripagate” con finanziamenti, accordi economici, riduzioni del debito pubblico, ecc. e perfino “rimborsi” come quello per l’alleanza egiziana agli USA nella Guerra del Golfo del 2003. Il risultato apparente era quello di un’economia in crescita, ma più che mai dipendente dagli aiuti esteri e condizionata dalle imposizioni che accompagnano tali aiuti.

Dalla fine di Gennaio le perdite per l’economia egiziana toccano i 113 miliardi di sterline egiziane circa 19 miliardi di dollari. Il crollo avanzava con un ritmo in negativo di 40 milioni al giorno. Il turismo, gli scambi commerciali, così come le attività finanziarie e bancarie sono rimaste ferme per circa due mesi, a cui si sono aggiunti i numerosi scioperi dei lavoratori appartenenti ai settori danneggiati. I mercati hanno riaperto solo a fine marzo, ma i continui scioperi hanno fatto calare le esportazioni del 40%allontanando così gli investimenti esteri.

Tuttavia, a dispetto delle perdite, le infrastrutture e il settore agrario non sono state danneggiate seriamente e questo, secondo il ministro dell’economia egiziano Samir Radwan, potrebbe costituire la base per una ricrescita economica del paese.

Secondo i rapporti della Banca Mondiale il rischio maggiore per la ripresa economica rimane sempre l’instabilità politica e la mancanza di certezze per il futuro che allontanano ancora oggi gli investimenti stranieri nel mercato locale e bloccano la ripresa del settore turistico. La Banca Mondiale guarda dunque ad un nuovo governo democratico e trasparente come la condizione necessaria per una risalita e per il ritorno di investimenti privati nel paese.

Proprio alla luce dello storico rapporto economico e politico tra Egitto e USA, sembrerebbe una scelta in contro tendenza quella dell’attuale ministro dell’economia egiziano Samir Radwan che ha recentemente rifiutato gli aiuti del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Trattative tra il Ministero dell’Economia egiziano e la Banca Mondiale risalivano già a maggio, quando Radwan aveva fatto richiesta di 2,2 miliardi di dollari per far fronte alle perdite economiche dei mesi precedenti, specie del settore terziario. Un primo ripensamento però si è creato a seguito dell’ultima tavola rotonda dell’Organizzazione Araba per il Lavoro, in occasione del quale il ministro egiziano ha sottolineato il necessario cambiamento di qualità nel criterio di distribuzione dei fondi, non più finalizzato ad ottenere una mera percentuale di crescita così come era avvenuto fin’ora con i piani del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, ma diretto ad una reale partecipazione degli egiziani allo sviluppo economico.

Il nuovo governo transitorio sembrerebbe quindi voler avviare una certa autonomia economica rispetto ad eventuali condizionamenti esteri, abbandonando la politica degli aiuti. Il Direttore Generale del Fondo Monetario Arabo, Jassem al-Manee, ha poi fatto appello per un nuovo modello di sviluppo economico, focalizzato nei settori industriale ed agricolo attraverso il sostegno alle piccole e medie imprese, seguendo un modello che avrebbe già portato dei risultati positivi in Turchia e Malesia. In questa direzione sembrerebbero andare diverse recenti iniziative, tra le quali il sostegno alla creazione di 150 aziende che porterebbero ad un totale di 2.834 nuovi posti di lavoro.

Secondo stime della Camera del Commercio egiziana basterebbe un tasso annuale di crescita economica del 4,6% nel periodo 2011-2020 ad incoraggiare gli investimenti esteri diretti. Il ministro intende infatti ridurre il disavanzo del budget per il prossimo anno finanziario 2011/2012 da 170 miliardi di lire egiziane a ben 134,3 miliardi attraverso una maggiore apertura del mercato locale agli investimenti sia locali che stranieri, ma anche attraverso lo sviluppo del settore energetico, non più petrolifero, ma del gas. La crisi economica e la guerra in Libia hanno mostrato quanto mai la debolezza egiziana proprio rispetto al settore energetico, l’Egitto avrebbe un grande potenziale di gas e certamente l’attuale situazione geopolitica della regione giocherebbe a suo vantaggio qualora decidesse di investire massicciamente nel gas.